Ecco il messaggio di Natale che il nostro vescovo Carlo rivolge a tutti i fedeli.
“Non potremmo sussistere se non iniziassimo a ogni istante…
Ciò che ci rende possibile continuare a vivere è il costante inizio:
il fatto che con ogni mattino, con ogni incontro, con ogni dolore e ogni gioia
ci venga incontro il nuovo”.
(R. Guardini)*
Carissimi fratelli e sorelle, è Natale!
Un Natale non annunciato, ma sberciato: ce lo stanno urlando sguaiatamente in tanti che è Natale. Una pubblicità serrata, aggressiva – ma “gentilmente” aggressiva –, studiata, un vero prodotto di marketing. Anche il Natale deve essere collocato sugli scaffali dei mercati dove si approvvigiona l’indolenza vagante che disperde i nostri giorni.
Mi diceva l’altro giorno un vecchio amico (ateo, sì, ma a tutto tondo; un uomo che non crede né in Dio né negli idoli) che non capiva se il Natale fosse già passato o dovesse ancora venire. Mi spiegava il motivo di questa incertezza: è da troppo tempo che gli fanno pubblicità. «Il troppo stroppia», diceva, «anche la pubblicità deve tener conto dei tempi perché abbia effetto, proprio come voi preti dovete parlar poco se volete essere ascoltati».
Gli ho dato ragione, anch’io vivo questa sorta di dubbio: ma… quando Natale? Veramente dobbiamo fermarci, dobbiamo decidere noi – e non gli altri – che cosa vogliamo fare in occasione di questa festa. Sembra assurdo, ma forse è bene ridare vita, luce e significato ai nostri giorni che passano, decidere di investirli secondo quanto pensiamo essere cosa vera e buona per noi.
Infatti, l’uomo oggi non si interroga più; è diventato un consumatore che i mercanti – che nessuno scaccia più – studiano come usare: un ennesimo prodotto da trafficare. Ogni evento della sua vita è sempre meno vissuto e sempre più consumato. Tant’è vero che se ci domandiamo: «Ma che cosa rimane il giorno dopo?», la risposta è: «Nulla, se non il problema dello smaltimento rifiuti». Siamo uomini e donne chiamati a smaltire ciò che abbiamo trascorso ieri: non vissuto, ma trascorso.
C’è pesantezza. È la storia dei giorni ricchi, giorni dimentichi di quella sobrietà che crea lucidità. Sono giorni di abbuffata che non fa crescere nessuno, ma che gonfia tutti.
Riprendiamo vita, fermiamoci. Prima di tutto lo dico a me stesso: fermati, non buttare via per l’ennesima volta questo Santo Natale con stupide preoccupazioni, in mezzo ad appuntamenti che sono solo etichette di momenti vuoti: bottiglie ben presentate e ben etichettate, ma dentro c’è il vuoto, aria.
Carissimi, chiediamoci e chiediamo al Signore di farci attenti alla sua Parola, al suo annuncio. Stiamo per celebrare il Natale del Signore, questo mistero di gioia e di luce. Ascoltiamo la voce dei Padri, ci aiutino loro a entrare nella vivacità di questa nascita. Si domanda San Gregorio Nazianzeno:
«Ma che cosa significa per noi questo grande mistero?» E risponde: «Ecco io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine e per dare a me, mortale, la sua immortalità […] il buon pastore, ha dato la sua vita per le sue pecore, circa la pecora smarrita sui monti e sui colli sui quali si offrivano sacrifici agli idoli. Trovatola, se la pone su quelle medesime spalle, e la riporta alla vita dell’eternità»(Disc. 45).
O non è forse il Natale ritornare ad aprire gli occhi sull’eternità? Lasciarsi illuminare da quella luce, chiedere a quella luce che ci svegli e che penetri nei nostri giorni così da vederli quali sono, per non buttare via altro tempo, ma goderlo, gustarlo perché reso saporito dagli ingredienti che solo Dio ci può dare. Scrive Charbel Makhluf: «Non incominciare nulla sulla terra se non ha una finalità in cielo; non camminare su una strada che non conduce in cielo».
Forse questo è il tempo in cui l’uomo deve decidersi. Non può, non possiamo – lo dico a me stesso – percorrere tante strade senza una meta. Questo vivere alla giornata ci disumanizza, ci frantuma, ci fa perdere unità e dunque consistenza, cosicché viviamo un senso di vertigine e l’ansia dei giorni aumenta.
Si avverte come l’umanità del nostro tempo, come Erode, ritenga non solo Dio estraneo ai propri interessi, ma addirittura una minaccia al godimento della vita (Perché temi Erode il Signore che viene? Non toglie i regni umani colui che dà il regno dei cieli [Liturgia dell’Epifania]). Apparentemente non hanno bisogno di Lui; vivono come se non esistesse. Eppure, pur con le sue contraddizioni, le sue angustie e i suoi drammi – e forse proprio per questi – l’umanità oggi cerca una strada di rinnovamento, di salvezza. Cerca un Salvatore e attende, talora inconsapevolmente, l’avvento del Salvatore che rinnova la nostra vita, l’avvento di Cristo, l’unico vero Redentore dell’uomo e di tutto l’uomo.
Avvertiva papa Benedetto XVI che «i falsi profeti continuano a proporre una salvezza a “basso prezzo”, che finisce sempre per generare cocenti delusioni. Proprio la storia degli ultimi cinquant’anni dimostra questa ricerca e le delusioni che ne sono derivate. È compito di noi cristiani diffondere, con la testimonianza della vita, la verità del Natale che Cristo reca a ogni uomo».
Ma come prepararci ad aprire il cuore al Signore che viene? L’atteggiamento spirituale dell’attesa vigile ed orante rimane la caratteristica fondamentale del cristiano in questo tempo. «È l’atteggiamento che contraddistingue i protagonisti di allora: Zaccaria ed Elisabetta, i pastori, i Magi, il popolo semplice e umile. Soprattutto l’attesa di Maria e di Giuseppe! Questi ultimi, più di ogni altro, hanno provato in prima persona l’affanno e la trepidazione per il Bambino che doveva nascere. Non è difficile immaginare come abbiano trascorso gli ultimi giorni, nell’attesa di stringere il neonato fra le loro braccia. Il loro atteggiamento sia il nostro, cari fratelli e sorelle!» (Benedetto XVI, Udienza Generale, 20 dicembre 2006).
Carissimi, approfittiamo di questi giorni, facciamo che sia vera festa, e questo possiamo realizzarlo se vivremo con il Signore. Ritorniamo alla preghiera, a spazi di intimità, di silenzio, di ascolto. Sappiamo bene che non solo quando si legge ciò che è stato scritto per nostra istruzione (Rm 15,4), ma anche quando la Chiesa prega o canta, si alimenta la fede dei partecipanti e le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia (Cfr. Sacrosanctum Concilium nn. 83 e 89).
Scriveva Romano Guardini: «Che cosa significa dunque Natale? Ora dobbiamo avanzare verso il nucleo della fede cristiana, poiché la risposta può essere data solo se si parte da esso (p.21). […] Dio s’è fatto uomo, figlio di una madre umana, uno di noi – ed è rimasto ciò che Egli è eternamente, Figlio del Padre del cielo. Egli, come Dio era in tutto, ma sempre “dall’altro lato del confine”, nell’eterno riserbo, è venuto al di qua del confine, ed è stato ora presso di noi, con noi. Di questo evento parla il Natale. Questo è il suo contenuto, questo soltanto. Tutto il resto – la gioia per i doni, l’affetto della famiglia, il rinvigorirsi della luce, la guarigione dall’angustie della vita – riceve di là il suo senso. Quando quella consapevolezza però svanisce, tutto scivola sul piano meramente umano, sentimentale, anzi brutalmente affaristico(25)» (R. GUARDINI, NATALE E CAPODANNO Pensieri per fare chiarezza, Morcelliana 2023, pp. 21.25).
Carissimi, auguri tanti e santi, incamminiamoci insieme verso Betlemme dove, come diceva papa Francesco, «in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio».
+ Carlo, vescovo
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